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CAPITOLO UNO - Walk of life

10/12/2007 22:31 in Capitolo Uno
Serata infrasettimanale di fine agosto.
E’ una bella serata. Non fa troppo caldo, c’è un vento leggero che allontana la sensazione dell’arrivo dell’autunno e permette di indossare canotte senza macchine, per lasciare le braccia scoperte e sentire il rumore di ciò che rimane dell’estate: il sale sulla pelle, la sensazione di libertà, il rumore della voglia di uscire e sorridere. E’ la serata ideale per una pizza con le mie due migliori amiche.
Con annessa e connessi: la serie di pettegolezzi raccolti qua e là per ammazzare il tempo al lavoro, in palestra, sui giornali; i reciproci sfoghi; possibili ubriacature.
La pizza è fumante, la birra è fresca. Solitamente, non ne bevo una intera perché non mi piace molto se non a piccoli sorsi ogni tanto, pertanto bere 1,50 euro dei 4,00 costo effettivo della bevanda in questione è uno spreco di soldi.
Certamente, ma questa sera sono già alla terza birra.
In teoria, è la serata ideale per sentirmi felice. E mi sento felice, davvero. Giuro. Anche se i motivi per essere felice sono ben pochi. Tra tutte e tre, sedute al tavolo quadrato della pizzeria, possiamo fare la conta delle rispettive sfortune e stilare una classifica. Il premio è il rubarsi le sigarette l’una con l’altra, vale a dire un’ottima tattica per risparmiare.
Soddisfazioni.
Ho perso l’ennesimo lavoro, la scorsa settimana, e il ragazzo con cui negli ultimi quattro mesi ho diviso le lenzuola mi ha scaricata adducendo la perdita dell’entusiasmo di vedermi. Sono stata brava: l’ho accompagnato gentilmente alla porta, ho aspettato che uscisse… E gli ho tirato sulla schiena il suo prezioso casco da motociclista nuovo di pacca. Così ha perso anche il casco, visto che non ha perso l’entusiasmo prima di farmi spendere euro 800,00 per una vacanza in motocicletta della quale porto ancora i postumi: mal di schiena e vuoto pneumatico del mio conto in banca.
Resta da vedere quale sia il male minore. Nel frattempo, siamo pari. Ed io non ho perso la rabbia.
“Non chiedetemi come sto per favore. Ve lo chiedo per favore” esclamo, prima che partano le domande ed i suggerimenti. Questa sera non riesco a pensare. “Non ti dirò nulla” risponde Public Relations scuotendo la capigliatura bionda. Si accende una sigaretta “Non hai bisogno che ti diciamo nulla”.
“Scusa, glielo possiamo dire che era uno stronzo???”. Questa è Mille Bolle, che spegne la sigaretta nervosamente sotto al tavolo. E’ arrabbiata anche lei, delusa. Uomini. “Lo sa che è uno stronzo! E lui sa di esserlo!” sussurra Public Relations.
Le guardo: parlano come se non fossi presente. “Ragazze stop” Sono qui con voi. Non mi serve altro, ok”. Per favore basta: questa è una passeggiata di vita, siamo tra di noi. Noi tre, con i nostri alti e bassi – molto bassi – e non ci serve niente di più che una pizza, una birra e delle sigarette. E’ una passeggiata di vita accompagnata da una sigaretta di cui seguo il fumo dallo strano percorso: esce dalle mie labbra compatto e si spande nell’aria lento, lento, lento. Così il mio sguardo si sposta dalla nuvola cancerogena ad un punto diverso.
E l’occhio cade proprio li.
Tra i tavoli di plastica verde, accompagnati da qualche sedia sgangherata, ci sono persone che parlano tranquille, mangiando la loro pizza. Alcune ridono sguaitamente, altre hanno un tono di voce meno chiassoso. Qualche viso triste. Qualche viso pensieroso. Come il mio.
I pensieri ci sono sempre, sebbene alcune volte sembrino scomparire. Solo, restano fermi dentro ai neuroni. Un odore, un colore, una vista veloce… Una qualche scintilla li muove e loro ricominciano a danzare nella testa.
Un tavolo, in particolare, mi colpisce. Un uomo: ne vedo solo la schiena, grande. Un improvviso formicolio alle mie mani, a cui bado solo per un istante perchè devo per forza spostare lo sguardo su Millebolle: il cui viso esprime disappunto.
Le è passata davanti una ragazza modello Voglio Fare La Velina Mi Ci Impegno Ma Non Mi Riesce.
Non le riesce perché non ha più l’età. Non ci è riuscita nemmeno 10 anni fa. Non devo guardarla con attenzione per riconoscerla, mi basta sentire il tono di voce: Miss Puttana è tornata in città.
Ognuno ha i suoi problemi e l’espressione di Millebolle è sicuramente una visione migliore.
          “Una così… Mi sento un ravatto”
“Ma che ravatto” le dico cercando con lo sguardo l’approvazione di Public Relations “quella è una zoccola. Una perfetta zoccola. Va bene vestirsi da zoccola, se proprio ne senti la necessità, ma dovresti essere perfetta ogni minuto. Sai che palle dover essere perfette da capo a piedi, ogni minuto, ogni secondo della tua esistenza?”
Public Relations appoggia il bicchiere sul tavolo e commenta “Ok, però era bella dai. Un po’… Come dire…” “zoccola” intervengo. “si, zoccola. Esatto” conferma lei. Colta da un improvviso impeto femminista attacco:
“Una bellona così deve seguire la moda ad ogni costo. E seguire la moda vuol dire, in un certo senso, uniformarsi con la società. Essere uguali alla migliaia di donne del pianeta. Stesse scarpe, stesso vestito, stessa pettinatura. Hai voglia te di essere uguale a un sacco di donne? E sai quanto costa seguire la moda?”.
Mi fermo il tempo di tirare una boccata alla sigaretta. “E si sa, il bisogno di essere perfette vuol dire mancanza di autostima e di sicurezza in se stesse”.
Ho colto nel segno, non è il caso di raccontare aneddoti su Miss Puttana: sono sicura che una delle mie amiche farà presto 2+2.
Così guardo Millebolle che sorride soddisfatta.
Pensato e fatto. Si acciglia ed esclama: “Mi ricorda qualcuno. Come si chiamava la tua amica?? Mi sembrava le somigliasse”
“Lo era. Miss Puttana. Dopo l’ennesima chirurgia plastica”.
Risata generale.
“A che quota è?” “Una decina dai. Dopotutto…” Mi fermo a riflettere un attimo prima di lanciarmi in un altro pippotto moralista. Mi trattengo: Public Relations tira indietro le spalle, segno che sarà lei a parlare.
“Ci sono donne brutte che hanno il mondo in mano. Bellissime donne che più che sculettare in giro non sanno fare. La superfiga di plastica… Un uomo come si deve…” “Ce ne sono ancora in giro?” Occhiata sbieca. Mai fermare Public Relations “Dicevo: un uomo come si deve cerca una ragazza che abbia cervello... Dai: una bella la guardi, la tocchigni e poi ti stufi”.
Millebolle concorda “Una normale invece la scopri anche di testa”, accende una sigaretta e prosegue “In un mondo normale”. 
          Annuisco.
Penso da sempre che un bel sedere sia molto più bello in un pantalone un po' più largo che in un jeans che toglie il respiro. Lo penso perché ho passato la mia adolescenza a portare jeans Levi’s di una taglia più piccola per evidenziare il mio sedere che schifo non fa.
Ok, ok. Pecco di modestia? No, ve lo assicuro. Ero adolescente, avevo i classici complessi tipici dell’età e un desiderio smodato di essere all’altezza del mondo. Quel mondo normale accennato da Millebolle. Il mondo che non esiste.
Nel mentre di questo mio pensiero, Public Relations racconta la sua ultima uscita con un uomo. Mi pizzica il naso.
“Ci siamo fermati nella piazzola di emergenza. Non ne potevo più, avevo una voglia di farmelo impressionante” e il mio mezzo secondo di attenzione termina. Di nuovo il formicolio alle mani.
Guardo il tavolo di Schiena. Anzi, sono bugiarda: guardo Lui.
Mi sorprendo a studiare la trama della maglia nera che indossa. Mi sorprendo a chiedermi perché mi formicolano le mani. Dovrei seguire il racconto della mia amica, con attenzione e commenti, dovrei mangiare la pizza e finire la birra.
         Ma continuo a studiare la trama di quel maglione, conto ogni singolo punto della trama lasciato dal filo di cotone. Sembra cotone, visto così. Ogni singolo punto ricopre un pezzo di pelle: pelle, muscoli e peli. Acqua. Seguo ogni movimento: le dita che girano i fogli del libro, il tendine del braccio che segue il movimento delle dita, l’incavo della spalla. Mi sono sempre piaciute le schiene grandi e possenti. Senza una ragione precisa. E questa è una di quelle schiene che ti fanno venire voglia di lasciarvi i segni delle unghie e dei denti. Cari, sono un segno di fuoco!!!
Ha i capelli molto corti. Sicuramente è alto, sicuramente fa sport e, occhio e      croce, porta il 43 di scarpe.
Sento Public Relation sbuffare, allontanare il piatto davanti a sé e dire qualcosa. Sento Mille Bolle risponderle. Sento il rumore causato dalle persone presenti: voci, profumi, parole smorzate. Sento tutto quello che ho intorno, ma il mio sguardo resta puntato su quella schiena.
Sento una mano toccarmi il braccio.
E’ il momento del caffè. Lo prendo macchiato, con due bustine di zucchero. Non mi piace amaro. E’ una tattica per sentirsi felici quando il destino sembra essere contro di te. in fondo, è questo il pensiero che predomina.
Obbligata, allontano lo sguardo dall’oggetto del desiderio. Dispiaciuta. Sempre formicolante.
Bere il caffè richiede 2 minuti. Sentire che Public Relations ha capito cosa stavo guardando e sentirla esortarmi ad alzare il mio morale richiede due minuti. Due minuti in cui non guardo e, quando mi giro, lui non c’è più. Peccato. Avrei voluto vedere la sua faccia. Avrei voluto vedere ben più che la sua faccia.
Intestardendomi, muovo gli occhi da una parte all’altra della pizzeria per vedere se, in qualche angolo remoto, ci sia la possibilità di rivedere quella schiena. E rivedere il sangue che si muove sotto la mia pelle. Invece, nulla: è il momento di pagare il conto e tornare a casa. Raggiungere il posteggio, salire in auto e dare inizio ad un altro rito.
Tre donne e tre macchine.
Sembra una cosa stupida e, forse, lo è davvero. Togliamo il forse: lo è, punto e basta. Arrivare con tre macchine è una cosa stupida, ma non ho mai risposto molta fiducia nel genere femminile, pur facendone parte.
“Tutto bene?” chiede Mille Bolle. “si…” “sicura? Sappiamo che la vita è una merda…”. Sorrido: “Si, lo è. Ma preferisco non pensarci” “vuoi fare un salto da me?”. No, grazie. Non glielo dico, per non farla preoccupare, ma voglio andare a casa a riflettere sul formicolio che ho sentito alle mani guardando Schiena. A riflettere sulla mia convinzione che lo rivedrò. E a riflettere sul perché sto pensando ad un uomo di cui non ho visto neanche il viso, di cui non conosco i colori, mentre dovrei pensare a come mi sono fatta prendere in giro dal ragazzo con cui uscivo. A come ho visto i segnali della fine e non me ne è importato, perché ero troppo presa a fingere che mi importasse di lui.
Mi è bastata la visione di uno sconosciuto e ho dimenticato all’istante i quattro mesi precedenti.
Mia madre dice che è l’età. Dice che sono i trent’anni che si avvicinano, che devo essere più calcolatrice e lasciare perdere i sentimenti. Badare ad altro, di fronte ad un uomo. Sinceramente, credo preghi in silenzio affinché io possa diventare, ogni giorno, più simile alla figlia che ha desiderato.
Tengo questi pensieri per me, non voglio turbare Mille Bolle. So che, mi lasciassi andare a raccontarle come mi sento, tornerebbe a casa a rimuginare sul Tabaccaio Infranto, altro soggetto maschile di difficile comprensione. E’ meglio che i miei turbamenti non si mischino ai suoi.
Non stanotte.
“No, grazie cara. Ho sonno. Domani mare?” “Ok, ti chiamo quando mi sveglio”. Ci abbracciamo, la buonanotte arriva mentre camminiamo verso le rispettive auto. Tra noi funziona così.
Ci sono. Apro la portiera e inserisco la chiave per aprire il finestrino. Mi serve aria e alle due di notte l’aria è ottima. La turbo accendendo una sigaretta e, mentre ripenso al formicolio, mi cade l’accendino. Ed è in questo preciso momento che sento l’istinto di alzare la testa e guardare davanti a me. Sento che devo farlo.
E la vedo. Quella schiena. Girata verso di me, parla al cellulare.
Una luce bianca ed una luce rossa si alternano davanti a me, mentre Schiena gira su se stesso. Nell’istante in cui guarda i miei occhi ed io guardo i suoi non riesco a respirare. Quegli occhi sono un pugno nel mio stomaco.
Non sento la brezza estiva. Non sento il vociare convulso. Non sento la notte e non sento i rumori. Non sento il mio cuore e non sento la stanchezza dovuta ad una settimana di insonnia. Sento solo lui. Tutto ciò che ho intorno non esiste più.
Ci sono solo i suoi occhi azzurro ghiaccio e le mie viscere che esplodono.
 

ErreErre.   2 commenti